Aquile Randagie – Gli scout che si ribellarono al Fascismo

Esiste un’immagine, a tratti simpatica, che definisce l’essenza dello scautismo nelle sue ore più buie: l’orso e il miele. Si tratta di una metafora dalla natura umana che insegna come sia impossibile allontanare un essere vivente, di qualsiasi tipo, da ciò che è visceralmente attratto. Per uno scout, quell’attrazione è la libertà: la libertà di vivere e giocare in natura, di abitare l’avventura, di scegliere chi essere e scoprire la propria autenticità. Non è un concetto astratto, ma una “necessità” vitale che nessuna costrizione esterna può soffocare.

Qualche settimana fa, nel riflettere sul nostro progetto di zona “Per Fare un Tavolo… Ci Vuole un Fiore”, un numero si staglia dinnanzi a noi: 16 anni, 11 mesi e 20 giorni. E’ la durata dello scautismo clandestino: simbolicamente un giorno in più della durata del regime fascista. Quel giorno di scarto non è solo un dato cronologico o uno stupido appiglio ma la prova che l’educazione alla libertà sopravvive e vince sulla tirannia.

Quando le uniformi vennero bruciate, le fiamme riposte e i fazzolettoni appesi al chiodo, lo scautismo non morì: si fece Giungla Silente. In quel tempo in cui l’obiettivo era custodire il fuoco sacro dello scautismo, l’aquila, da sempre sinonimo di libertà, divenne il simbolo di chi non si piega dinnanzi a scelte scellerate. L’aquila non vola in stormi gregari, ma vola alta, solitaria, capace di vedere oltre l’orizzonte delle valli chiuse. Così le Aquile Randagie, guidate dalla fermezza di capi che seppero aprire la strada dove la strada non c’era, scelsero di non marciare sotto il peso dell’obbedienza cieca ma di volare verso vette di discernimento e della responsabilità personale. Il cuore pulsante di questa scelta fu la Val Codera: una valle aspra, raggiungibile solo a piedi: il luogo perfetto dove la libertà poteva essere respirata senza essere soffocata. Tra quei sentieri e quelle rocce, lo scautismo si è fatto carne e storia.

Tra quei fuochi accesi di nascosto, giornali scritti e diffusi clandestinamente, lo scautismo divenne la massima espressione della scelta politica: “essere custodi di una scelta”, uno dei punti cardine del nostro progetto di zona, oggi significa abitare idealmente ancora quella valle, portando nelle nostre città e nei luoghi che abitiamo la stessa intransigenza morale e lo stesso amore per il giusto.

L’epopea delle Aquile Randagie e dell’O.S.C.A.R (Organizzazione Soccorso Collocamento Assistenza Ricercati) ci ricorda che lo scout è, per vocazione, un ambasciatore di pace; in un’epoca di odio, essi scelsero di applicare il principio supremo del servizio: salvare l’essere umano, oltre ogni divisa.

Lo scout non è uno sciocco, riconosce il valore della vita sopra ogni ideologia. L’esempio più estremo di questa coerenza risiede negli ultimi salvataggi operati alla fine del conflitto: quelli degli ufficiali nazisti in fuga. Non fu un atto di debolezza, ma la prova definitiva di una scelta solida. Salvare chi ti ha perseguitato è la vittoria definitiva del bene sul male: la comprensione profonda che è donando che si riceve.

Lo scautismo che viviamo oggi è pregnante solo se resta fedele a queste radici: educare al bene significa amare profondamente i ragazzi e le ragazze, offrendo loro non solo competenze tecniche, ma un senso ultimo per cui spendersi. Fare, quindi, prima di tutto, delle solide scelte.

Rimanere “custodi di una scelta” significa onorare una promessa che non ha data di scadenza, questa dedizione non è un peso, ma la fonte di una gioia autentica che trasfigura le nostre vite.

Essere “custodi di una scelta”, oggi, significa non soccombere al cinismo di chi vede nella guerra l’unica soluzione, ma restare radicati in quella scelta politica che mette l’uomo e tutte le altre creature viventi, al centro, prima di ogni bandiera: educare i nostri ragazzi e le nostre ragazze ad essere persone capaci di dire “no” alla logica della forza, dello sfruttamento e contro tutti i fascismi moderni che ci gettano in un pozzo come società. Questo è, per noi, abitare la frontiera.

Educare al bene e al bello in tempi di guerra è un atto di rivoluzione, significa amare profondamente i ragazzi e le ragazze offrendo loro una bussola morale che non oscilla con il vento o con le ideologie.

Come l’orso non può rinunciare al miele, così noi non possiamo rinunciare ad essere costruttori di ponti, anche quando il mondo intorno a noi preferisce alzare i muri.

Desideriamo ringraziare Emanuele Locatelli, capo scout, responsabile della pagina “Fedeli e Ribelli”, per averci aiutato a ripercorrere, con il suo ARtour quei sentieri, ricordandoci che la memoria non è un esercizio statico, ma un fuoco da alimentare.

Giorgia Carriero –  Mottola 1