Dove siete pacifisti? A 31 anni dalla marcia su Sarajevo

Dove siete pacifisti?

Dove sono finiti i pacifisti?

Chissà se trent’anni fa, fu proprio questa provocazione a scuotere le coscienze di 500 uomini e donne che si imbarcarono sulla Liburnija direzione Sarajevo.

500 costruttori di pace provenienti da tutta Italia, riuniti ad Ancona, per la celebrazione dell’anniversario della Dichiarazione dei diritti umani a sperimentare percorsi di educazione alla nonviolenza e alla pace che, dopo non poche riflessioni, decidono di indossare gli zaini e partire. Chissà che pensieri avranno varcato le loro menti e quali emozioni le loro coscienze, ma di certo la convinzione che un fiume di nonviolenza e di persone disarmate avrebbe potuto fermare per qualche ora un massacro senza termini, una guerra vicinissima alle proprie case. Al loro fianco anche due vescovi, Don Luigi Bettazzi e Don Tonino Bello, allora vescovo della diocesi di Giovinazzo-Terlizzi-Ruvo-Molfetta.

Alle tre del mattino quella “carovana di pace” si trova in pieno Adriatico diretta a Spalato. Forse non fu una scelta a cuor leggero e di sicuro non scevra di valutazioni sui possibili rischi da correre; il viaggio e l’arrivo sull’altra sponda dell’Adriatico furono da subito messi alla prova con una terribile tempesta, ma di fatto i 500 non si aspettavano un viaggio semplice, Sarajevo descritta come “un inferno di bombe” e dove “la gente muore sulle strade” era la loro destinazione. Non mancano in quei giorni gli avvertimenti ai pericoli, alle difficoltà possibili lungo il tragitto, ma la carovana è determinata a proseguire, tanto che il capo della polizia croata la scorterà fino al territorio bosniaco.

I 500 si spostano in pullman sulle strade disseminate da mine e le autorità, civili e non, sembrano essere preallertate e sapere sempre esattamente del loro arrivo.

Il 10 dicembre, anziché essere già in città, come ci si aspettava, la carovana ridiscute sul da farsi, sulle opportunità, prova ad incontrare rappresentanti dell’ONU, prega, si avvicina con primi passi alla comunità che li ha ospitati, alla gente del posto.

L’11 dicembre i 500 partono per Sarajevo, superano posti di blocco, ma poi sono obbligati a tornare indietro, si fermano in montagna, una delegazione prova a trattare con le autorità militari serbe. Da un lato ci sono le autorità a bloccare il passaggio della carovana o quantomeno a non renderlo affatto facile, richiedono firme di documenti utili a discolpare i serbi in caso di ferimento o morte; dall’altro ci sono le comunità e le genti ad avvicinarsi ai pacifisti, la proposta di una catena umana dalla frontiera croata a quella serba, la determinazione a resistere, e finalmente il consenso ad entrare a Sarajevo arriva.

Entrare al buio in Sarajevo”. La strada, le mine, i soldati, le famiglie pronte ad accogliere.

Il 12 dicembre la carovana si muove in città, incontra il popolo bosniaco, il loro dolore, le testimonianze “io sono serbo, mia moglie croata, queste mie cognate sono mussulmane, eppure viviamo insieme da tanto tempo senza problemi: ma chi la vuole questa guerra?”, etnie diverse sedute alla stessa tavola, “la convivialità delle differenze” ritrovata nei gesti della quotidianità, gli incontri, i canti. Il 13 dicembre la carovana pronta per tornare a casa riprende il viaggio verso Ancona, ad accoglierla sul porto una folla di baci, abbracci e striscioni.

Perché raccontare oggi questa storia? Perché ricordare questo viaggio fatto di incontri, parole, accoglienza, semplici gesti, ma determinati?

Io, personalmente, questa marcia l’ho conosciuta diversi anni dopo, ormai forse adolescente, ma ne avevo potuto assaporare gli effetti, o scontrarmici già qualche anno dopo, quando diverse persone bosniache furono accolte nella mia città, scoprendo già, forse all’età di dieci anni la convivialità di quelle differenze tra i banchi di scuola, tra i corridoi di un istituto, diventata struttura di accoglienza nell’emergenza, tra gli scaffali di una biblioteca. E allo stesso tempo ho conosciuto i primi effetti di una guerra, che nessuno voleva, su volti e sguardi di mamme e bambini come me, che condividevano dolci buonissimi dai sapori lontanissimi, imparavano, come me, l’italiano e le altre materie, giocavano a nascondino in un cortile e tra i panni stesi nei corridoi. Ecco rileggendo queste pagine mi vengono in mente i primi passi nell’accoglienza, le immagini di altre guerre vicine e altre più lontane che mi sembrano terribilmente simili e terribilmente uguali. Mi sembra che tutto si sia irrimediabilmente ripetuto più e più anni ancora dopo.

Chi le vuole queste guerre? Dove sono oggi i pacifisti? Cosa ci ha lasciato Don Tonino in eredità di quella Marcia?

La necessità di fare gesti eroici? L’importanza di lanciarsi in grandi opere nonviolente?

La “carovana della pace” stupì perché aveva messo insieme persone molto diverse ma spinte tutte da una forte determinazione: così era partita, allo stesso modo aveva proseguito e non si era mai fermata se non per riposare, riflettere, incontrare. Forse l’eredità di questo gesto di grande coraggio è proprio questo? Un invito a proseguire sempre con grande determinazione e coraggio tra le atrocità della storia e la violenza degli uomini. Un invito a non stancarsi di far germogliare e di far scorrere i semi della nonviolenza nella ordinarietà delle nostre giornate, nella semplicità della quotidianità, nei piccoli gesti di boicottaggio e in quelli di gentilezza, nelle azioni di accoglienza e in quelle di resistenza all’abbruttimento, alla guerra, al conflitto.

Tornato in Italia Don Tonino scrisse “Mettetevi tutti dalla parte della gente: non degli alcuni che speculano sulla guerra, sul commercio delle armi, sul mercato nero, ma della grande massa che soffre, che muore. Reagite tutti e, al di sopra dei nomi e delle diversità che vi contraddistinguono, sentite l’appello che viene dal ragionamento più semplice e dall’ istinto più profondo della comune umanità. Quelli tra voi che credono, sentano l’imperativo urgente della fede in Dio che è padre di tutti gli uomini, e del rispetto per la vita di ogni altro essere umano da lui creato.

A tutti diciamo: deponete le armi, sottraetevi all’oppressione dei mercanti della guerra, afferrate strumenti di pace, date l’esempio all’Europa e al mondo, non più di irrazionalità e di sottomissione a forze perverse e dirompenti, ma di capacità di programmare e costruire le vostre patrie in un mondo nuovo, di comprensione e di solidarietà.”

Ai responsabili dei Paesi più ricchi e potenti del mondo ricordò di “non sottrarsi alla responsabilità di influire in modo determinante per fermare questa carneficina, che disonora insieme chi la compie e chi la tollera.”

Da oggi e nei prossimi giorni milioni di lucette inonderanno i nostri cieli e i nostri balconi, l’aria di festa e i canti di gioia riempiranno le nostre giornate, in altri cieli le lucette saranno quelle di missili o di bombe che saltano in aria, e le grida saranno solo quelle di dolore. Nel frastuono dell’arrivo del Natale e della nascita del Bambino Gesù chiediamoci pure cosa stiamo facendo noi oggi per opporci a questa guerra? Dove stiamo nascondendo il pacifista che è in noi? In quale modo stiamo facendo germogliare il seme della nonviolenza?

Nessuno si senta escluso da questa eredità. Ognuno si senta custode del seme nonviolento di quella carovana.

Con l’augurio che questo Avvento possa ridestare le nostre coscienze, in anticipo a tutti, “tanti auguri scomodi”.

 

Valentina e Pasquale
Incaricati Regionali al Settore Giustizia, Pace e Nonviolenza